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Coraline e la porta magica

 

Coraline e la porta magica (2009) è un film d’animazione di Henry Selick, già regista di Nightmare Before Christmas, tratto da un racconto di Neil Gaiman. La protagonista si chiama Coraline Jones, 11 anni, trasferitasi con la famiglia dal Michigan all’Oregon. La loro nuova casa ha 150 anni, è rosa pallido e l’insegna all’ingresso recita “Pink Palace”. La prima sequenza del film vede subito l’ingresso in scena della protagonista ma anche di un altro personaggio fondamentale, specie nella seconda parte del film: un gatto nero, tutto spigoli, grandi occhi blu e un orecchio spuntato, il destro. Coraline lo incontra mentre gioca a far la rabdomante nel fumoso paesaggio circostante la casa. Oltre al gatto, a seguirla c’è un ragazzino chiamato Wybie, nipote della proprietaria del Pink Palace. Poco dopo il loro primo incontro, Wybie le regalerà una bambola di pezza, quasi una copia in miniatura di Coraline, se non fosse per gli occhi: al loro posto la bambola ha un paio di bottoni rotondi e scuri, piatti e inespressivi. Quella bambola e quegli occhi, come si addice ad ogni buon film dell’orrore sconfinante nel fantasy, saranno elementi chiave di tutta la storia di Coraline.

La ragazzina è più matura della sua età anagrafica e se è vero che amerebbe ancora giocare a nascondino, delle bambole di pezza le importa poco. Nondimeno quella bambola è pur sempre qualcosa di simile a un essere umano, con cui può (far finta di) relazionarsi o accompagnarsi. In quell’enorme casa rosa Coraline è completamente sola. I suo amici del Michigan sono lontani e qui conosce solo e a malapena quel Wybie, troppo svitato per i suoi gusti. Infine, ma soprattutto, ci sono (ma non ci sono) i suoi genitori. Stanno lavorando a un catalogo di giardinaggio e hanno “tanto, tanto da fare”, come dicono sempre. “Lasciami lavorare. La pianterai di assillarmi?!”, le dice un giorno la madre. E poi “Perché non cucini mai?”, chiede la piccola alla madre, e lei “Cucina papà, io pulisco, tu stai fuori dai piedi”Questa è l’atmosfera famigliare in cui vive la protagonista. I suoi genitori sono inchiodati in una stanza, a una scrivania, alla tastiera di un computer, a uno schermo appannato. Ognuno di loro è inguaribilmente isolato nel suo mondo(-del-lavoro), tanto da escludere sensibilmente e concretamente tutto il resto. E si vede: a cominciare da Coraline, la prima fra “gli esclusi”, per continuare con la casa, triste, polverosa, non vissuta, e il giardino, incolto, anonimo, semi-abbandonato. Di fatto, i legami famigliari si riducono al minimo indispensabile, spesso in chiave anafettiva e devitalizzata, privi di comprensione e condivisione reciproca, spesso prodotto dell’indifferenza quotidiana. Ciascuno è chiuso nel proprio piccolo egoistico guscioimpermeabile alla vita che li chiama da ogni angolo: il silenzio e i grandi spazi della casa, la desolazione del giardino, i vicini sconosciuti, una figlia.

Coraline non ci sta: è troppo curiosa e intelligente per rimanere inerte di fronte ad una realtà spaesante e alla freddezza cronica dei genitori. La ragazzina ha bisogno di crescere, conoscere e scoprire. Così inizia a far visita ai vicini – personaggi eccentrici e bizzarri – per poi darsi all’esplorazione del Pink Palace. Un modo per avventurarsi in una casa è quello di contarne le porte. Coraline comincia a farlo finché non si imbatte in una porticina segreta, riecheggiante Alice nel Paese delle Meraviglie. Quel varco misterioso la condurrà in un mondo parallelo, catapultandola in una vita speculare alla sua, in una casa identica al Pink Palace ma ravvivata da toni sgargianti, dove incontrerà un’altra-madre e un altro-padre, copia quasi esatta dei suoi genitori. Quasi perché i loro comportamenti sono diametralmente opposti a quelli dei suoi veri genitori. L’altra-madre e l’altro padre sono vivaci, colorati, felici, pieni di attenzioni per la figlia e desiderosi di esaudire tutti i suoi desideri. Sembrano perfetti. Sembrano, poiché in realtà, come la sua bambola di pezza, hanno dei bottoni neri in luogo degli occhi e presto riveleranno un lato oscuro tutt’altro che festoso e rassicurante. Quando Coraline si troverà in pericolo, intrappolata da quel mondo di fantasia e di terrore, sarà il gatto nero a soccorrerla – tra suspense, paure e risate – dimostrandosi un formidabile e prezioso aiutante in puro stile proppiano.


Alice in Wonderland

Nel film Alice in Wonderland di Tim Burton (2010) il Gatto dello Cheshire, chiamato “Cheshire” o anche solo “Ches”, appare per la prima volta mentre Alice sta camminando smarrita in mezzo a un bosco. L’aiuta a curarsi la ferita profonda che ha su un braccio, segno di un incontro-scontro con il pericoloso mostro Grafobrancio, e la conduce al Tè del Matti. Quel burlone di un felino sarà accusato proprio dal Cappellaio Matto di averli traditi, quel giorno maledetto in cui la Regina Rossa strappò il trono alla sorella Bianca. Ma il gattone evanescente avrà modo di redimersi, salvando la vita del Cappellaio Matto dal mantra “Tagliategli la testa!” della Regina Rossa, e prendendo in giro tutti, con il suo apparire e scomparire, anche solo nei contorni di un testone sorridente dagli occhioni turchesi.  

Siamo sicuri che sia “soltanto una favola”Quali sono le origini del Gatto dello Cheshire? Il primo scritto in cui si legge “Cheshire Cat” è il Classical Dictionary of the Vulgar Tongue, di Francis Grose1785. Qualche anno dopo lo si ritrova in Pair of Lyric Epistle’s dello scrittore satirico John Wolcot. Ma perché si dice “sorridere come un gatto dello Cheshire” e perché un gatto dello Cheshire è così speciale? Compare, riappare e lascia dietro di sé soltanto la mezza luna di uno sconfinato sorriso. Le risposte a queste domande si sono moltiplicate e accavallate nel corso dei secoli e tuttora rimangono dei punti interrogativi, che compaiono e riappaiono proprio come ciò che dovrebbero spiegare, l’evanescente Cheshire CatCheshire è il nome di una contea del Nord Ovest della Gran Bretagna, una zona a forte vocazione lattiero-casearia, trapuntata di fattorie da latte e caseifici. La gente del luogo dice che lì i gatti mostrano sempre un’espressione radiosa, perché sono felici: felici di quell’immensa miniera di latte, panna e crema che li circonda, sempre a loro disposizione, sotto i loro occhi, il loro olfatto, la loro ruvida lingua rosa.

Ghiotti di latte, per quei mici inglesi la contea di Cheshire è il loro meraviglioso Paese della Cuccagna. D’altra parte, si dice pure che un tempo i gatti del porto dello Cheshire si riunissero sulla banchina ad aspettare le navi in attracco, pronte a caricare latte e formaggio. O meglio, erano lì ad aspettare i topi che da quelle navi dovevano scendere a terra, prima o poi. Scavando ancora fra leggenda e realtà, Lewis Carroll, l’autore del romanzo Alice nel Paese delle Meraviglie (1865), era nato e cresciuto fino all’età di 11 anni proprio nello Cheshire, nel villaggio di Daresbury. Dunque, fin da bambino avrebbe visto e ricordato come i formaggi della sua contea avessero una forma particolare: quella di un felino. Secondo il Brewer’s Dictionary of Phrase and Fable, “sorridere come un gatto dello Cheshire” è “una vecchia similitudine, resa popolare da Lewis Carrol”. “La frase” recita il dizionario “non è mai stata spiegata fino in fondo, ma sembra che le forme di formaggio prodotte in Cheshire avessero la sagoma di un gatto con la faccia sorridente”.

Ma le origini del Cheshire Cat potrebbero perfino trovarsi scolpite in alcune chiese. Vi sono delle incisioni e dei bassorilievi in pietra arenaria a testimoniarlo: riproducono esattamente l’immagine di un gatto che sorride, come nella Chiesa di Saint Wilfild a Grappenhall e nella Chiesa di Saint Christopher a Potthead Shrigley, quest’ultima probabilmente visitata da Lewis Carroll. Oppure il gattone dal sorriso esagerato potrebbe derivare dall’araldica britannica, nella quale si distinguono stemmi di leoni, rassomiglianti più a dei micioni ghignanti che non al celebre re della foresta. Disegni di felini domestici si scoprono ancora sui pavimenti antichi di alcuni pub inglesi, evidenti tentativi di riprodurre l’immagine del leone, animale probabilmente sconosciuto agli occhi dei pittori dell’epoca. Infine, secondo un’altra ipotesi, la sagoma del Cheshire Cat sarebbe ispirata al gatto British Blu, una razza nota per l’espressione “sorridente”, nativa della Cornovaglia e poi diffusasi nello Cheshire. Qualunque sia la verità sulle sue origini, il Gatto dello Cheshire, così buffo, fluttuante e mattacchione, continuerà a stupirci, a divertirci e a farci sognare il Paese delle Meraviglie, magari alla vista di uno spicchio di luna in una notte qualunque.

(Fonti: http://en.wikipedia.org/wiki/Cheshire_Cat, http://www.purr-n-fur.org.uk/fabled/cheshirecat.html).