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I gatti al cinema!

Camera con vista… da gatto.

Gli appassionati di cinema conoscono benissimo il TRIBECA FILM FESTIVAL di New York. Nato nel 2002 nella Lower Manhattan, grazie a  Jane Rosenthal e Robert De Niro, con lo scopo di riportare velocemente un po’ di vitalità sociale e speranza, persa a causa degli attentati dell’ 11 settembre al World Trade Center,  nel “triangolo sotto il canale”, the Triangle Below Canal Street, così come viene chiamata quella zona sotto Canal Street, appunto TriBeCa. Negli anni, il Festival è diventato sempre più importante con la partecipazione dei grandi del cinema americano.

In questi giorni al TriBeCa  viene presentato il documentario breve CATCAM THE MOVIE, già vincitore del Premio della Giuria al Festival SXSW. Si tratta di un documentario realizzato da un ingegnere tedesco che vive in South Carolina che ha attaccato una webcam al collare del suo gatto, Mr.Lee, per scoprire dove andava nei lunghi periodi di assenza da casa e per saperne un po’ di più del mondo dei felini

Ovviamente non ho ancora visto il documentario per intero, ma solo il trailer che potete visionare anche adesso.

In rete è possibile trovare qualche primo estratto, o forse esperimento. Ovviamente il video non è del 1980 come indicato.

In realtà l’idea non è nuova. Già da tempo circolano in rete video realizzati con la prospettiva di un micio. Come ad esempio quello realizzato da Squeaky nel 2006.

O la più recente serie Cat Cam Log, della quale vi propongo il primo episodio.

In rete potete trovare tutti gli altri.

Il punto è che Festival o non Festival, premio o non premio, l’uomo è da sempre curioso di sapere come conducono la loro vita i gatti.
Perché? Amore per la biologia? Interesse verso le scienze comportamentali? L’ etologia? No, semplicemente invidia.

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Buona Pasqua!

Come tradizione, le vacanze di Pasqua ci consentono di prendere un po’ di tempo per noi stessi. Ed allora perché non guardare un bel film? Ad esempio “I gatti ninja!”
Non sono una leggenda urbana, sono realtà.

Saltano, fanno agguati, si nascondono come ombre e non hanno paura di niente. Guardate ed apprezzate le meravigliose acrobazie, volontarie ed involontarie, che i nostri felini domestici sono in grado di compiere.

Ritratto di Felini in un Interno

Ho avuto un attimo di esitazione prima di pubblicare questo post. Per una duplice ragione: a) questa settimana ho già pubblicato un video, b) il video che vi propongo dura 22 minuti.
Poi mi sono deciso a farlo perché è di una bellezza straordinaria ed è un documento interessantissimo. Inoltre, in questi giorni, sui grandi schermi dei cinema di tutta Italia sta avendo grande successo un film muto ed in bianco e nero , “The Artist” ed allora mi sono deciso a pubblicarlo.

Appena avete un po’ di tempo a disposizione, diciamo una ventina di minuti circa, guardate questo documentario il cui titolo originale è “The Private Life of a Cat”: si racconta la storia di una famiglia di gatti, niente di più e niente di meno. Alle volte le immagini sono di una bellezza poetica.

Buona visione.

Kiki’s Delivery Service

Kiki’s Delivery Service (Kiki consegne a domicilio) è un film d’animazione del pluripremiato regista e fumettista giapponese Hayao Miyazaki, anno 1989. Questo lungometraggio segna l’esplosione del successo popolare e accademico dello Studio Ghibli, centro propulsore dell’animazione cinematografica di qualità, grafica e poetica. Seguiranno titoli come Porco Rosso (1992), La città incantata (2001), Il castello errante di Howl (2004), Ponyo sulla scogliera (2008). La storia di Kiki è la storia del passaggio all’età adulta di una piccola strega di tredici anni. Secondo la tradizione, il tredicesimo anno di età per una strega corrisponde alla sua maturità, al periodo di noviziato in cui crescerà come strega e come persona, aprendosi alla vita adulta. Così Kiki, come tutte le streghe tredicenni, deve lasciare casa, famiglia, città e volare letteralmente altrove, a bordo di una scopa, alla ricerca di un nuovo posto in cui vivere ed esercitare al meglio le sue doti magiche. Finalmente quel momento è arrivato anche per Kiki, una notte di luna piena e senza nubi.

La vediamo salire cavalcioni sulla ramazza di legno dalla testa di paglia, con una borsa di pezza rossa a tracolla e il suo inseparabile gatto Jiji: è il suo migliore amico, nero, parlante, spassoso e divertente ma anche dettaglio imprescindibile per il look di una strega (abiti neri-gatto nero), look a cui sua madre tiene molto e di cui non ammette variazioni cromatiche per la giovane figlia. Il sogno della piccola è quello di vedere il mare, magari andando a vivere proprio in una città marittima. E la trova, la sua città dei sogni, mentre sorvola a bordo della scopa il suo Paese, una Svezia del secondo ‘900 dalle architetture spioventi, i tetti aguzzi, i campanili puntuti e nel cielo gabbiani e stormi di anatre selvatiche alla Nils Holgersson. Questi paesaggi urbani immersi nella natura abbracceranno spesso gli occhi dello spettatore e quelli di Kiki, seppur ad altitudini variabili, come se fossero a bordo di un aeroplano (che invece è una scopa) o a rasoterra, ogni qual volta la piccola perde il controllo del suo mezzo di locomozione.

L’arrivo di Kiki-la-strega in quella graziosa cittadina a picco sul mare, spiaggiato e assolato quasi fosse il Mediterraneo, non turba affatto la comunità locale. La realtà “streghe” appartiene evidentemente alle possibilità esistenziali di quell’universo umano e fantastico. Possono piacere o meno, ma le streghe fanno parte e possono entrare a far parte di qualunque comunità. A sconvolgere e indispettire gli abitanti sono semmai i voli maldestri e i rischiati tamponamenti di Kiki nelle quotidiane complicazioni del traffico cittadino. In tutto questo e in molto di più – cercare casa, inventarsi un lavoro (consegne volanti a domicilio), rendersi indipendente, farcela nella vita), il gatto Jiji si rivela una spalla fondamentale: è il confidente di Kiki, l’unico che le sta costantemente vicino, fisicamente e moralmente, quello che saprà lasciarla andare quando sarà il momento. Le avventure della piccola strega sono indissolubilmente vissute in coppia con il suo gatto. Fino ad un certo punto, però: fino a quando la ragazzina perderà i suoi poteri, compreso quello di capire le parole e il linguaggio di Kiji. Soltanto la determinazione, la fiducia in se stessa e il coraggio di salvare la vita ad un nuovo giovane amico la faranno tornare ad essere una strega, piccola ma già adulta.

The Future

All’ultimo Festival del cinema di Berlino Miranda July, artista poliedrica (performer, film maker, attrice, scrittrice), ha portato in concorso The Future, di cui è regista ma anche interprete protagonista. Insieme a Hamish Linklater forma una coppia di trentenni dai capelli arruffati, fisico scarno e sbiadito, grandi occhi scuri o blu, gesti consuetudinari e qualche domanda. Lui si chiama Jason, telelavora perennemente via internet, ramo assistenza clienti. Lei è Sophie, insegna danza a bambine di non più di quattro-cinque anni. Annoiati. Un monolocale alla rinfusa ingabbia metafisicamente le loro frustrazioni quotidiane, quei lavori che non li soddisfano, il non-senso di giornate fotocopia stampate ogni mese sulle pagine di un calendario. A un certo punto Sophie se ne esce con un “Penso che siamo pronti”. Pronti a cosa? A cambiare lavoro, città, casa, avere un figlio? No, ad adottare un gatto. Sophie e Jason hanno deciso di ospitare un gatto che chiameranno Paw Paw (tradotto: Zampa Zampa). Per ora il micio è in clinica perché non gli resta molto da vivere: soffre di una grave insufficienza renale e ha una zampetta ingessata. Ci vorrà ancora un mese prima che la coppia possa accoglierlo. Da quel momento però dovranno occuparsene completamente, essergli vicino e averne cura con amore e dedizione: solo così il gatto riuscirà a sopravvivere, forse, per altri cinque anni. O meglio, cinque anni al massimo  è la diagnosi del veterinario.

Ciò significa per Jason e Sophie che il futuro prossimo a loro disposizione è già impegnato dall’arrivo del gatto ma anche dalla loro maturità anagrafica, che erode un compleanno dopo l’altro i margini delle loro ambizioni, personali e di coppia. Sta per scadere il loro tempo massimo se desiderano ancora fare realmente ciò che hanno sempre desiderato. E in tutto questo l’arrivo di Paw Paw rappresenta una forma di ultimatum vivente. Rimane loro ancora un mese prima di portare a casa il felino. E allora: viva la vida, ora o mai più. Dove quell’ora significa trenta giorni trenta per provare a inseguire un sogno e avverarlo. Jason, disconnesso il pc, decide di dedicarsi a una causa ambientalista. Sophie lascia la scuola di danza e prova a filmarsi ogni giorno per pubblicare le sue coreografie su You Tube. Eppure, più il tempo passa, più i sogni, le convinzioni, l’idea di se stessi come individui e come coppia, l’immagine del mondo che si erano costruita e che avrebbero voluto si dissolvono in un bagno amaro di consapevolezza, rassegnazione, percezione dei propri limiti e di quelli dei propri sogni (li volevano realizzare davvero?). Il tempo è un elemento centrale del/nel film (che non a caso s’intitola The Future). Lo è in maniera sorprendente, esponenziale, surrealistica e disperatamente poetica.

Il passato, il presente eil futuro sono intrecciati da sospensioni narrative rivelatrici – della psicologia dei protagonisti, delle loro crisi identitarie, dei loro sogni-bisogni e dei risultati delle loro scelte. Il senso del tempo per se stessi, in cui esprimersi totalmente e liberamente, in cui confrontarsi senza salvagenti di sorta – così come il senso del tempo condiviso, in coppia o nella società – trascendono più di tutti dalla voce e nelle parole di Paw Paw. Che non è uno dei tanti e immaginabili gatti parlanti di cui è saturo il cinema di ogni genere. No, la sua è una voce dello spirito, flebile ma rugosa (quella della stessa regista nella versione originale del film), che racconta, tra un’esperienza e l’altra di Sophie e Jason, quello che è stato il suo, di passato – solitudine, randagismo, eterno presente –, e quello che spera invece sia il suo futuro: casa, famiglia, una vita più serena. Il presente per Paw Paw non è altro che un’attesa paziente e fiduciosa nel e del futuro, di una vita che finalmente può permettersi di aspettare e che verrà a prenderlo, prima o poi. È proprio in questi momenti, quelli in cui l’inquadratura aderisce in primissimo piano alle eloquenti zampette del gatto, che si apre un canale di dialogo più profondo e diretto fra lo spettatore e il racconto filmico, prima percepito con tenerezza, poi inteso sempre più seriamente dentro di sé, fra slanci onirici e freni contemplativi.

L’occhio del gatto

L’occhio del gatto (1985) è un fanta-horror a episodi scritto da Stephen King e diretto da Lewis TeaguePrimo racconto, New York City. Il signor Morrison (James Woods) vuole smettere di fumare. Lo vuole per il bene e la salute di sua moglie e di sua figlia. Si rivolge così ad uno di quei centri specializzati per fumatori accaniti, dove il simbolo di una sigaretta barrata giganteggia in ogni angolo e parete. La terapia a cui dovrà sottoporsi è piuttosto sconcertante ma – dicono – “efficace”. Si basa su una sorta di ricatto o deterrente, dipende dai punti di vista: il paziente sarà sorvegliato ogni istante della sua vita, come in un Grande Fratello a fini curativi, e se verrà sorpreso a fumare saranno i suoi famigliari a pagarne le conseguenze, fisiche e psicologiche (torture, amputazioni). Il secondo episodio si svolge ad Atlantic City (New Jersey), dove un certo Cressner (Kenneth McMillan), facoltoso scommettitore incallito, lancia una sfida perfino al giovane amante di sua moglie (Robert Hays): il ragazzo dovrà percorrere indenne il cornicione esterno di un palazzo, quello in cui abita Cressner, e in premio riceverà la donna amata, denaro a volontà ed eviterà una denuncia alla polizia per possesso di droga, di cui il vecchio Cressner ha imbottito la sua auto.

Il terzo episodio è ambientato a Wilmington (Carolina del Nord), in una casetta in mezzo al verde in cui vivono una giovane coppia con la figlioletta Amanda (Drew Barrymore). Il gatto che lo spettatore ha conosciuto sin dall’inizio del film e che partecipa ad ogni episodio sembra arrivare in questa casa per compiere una missione. In effetti, durante il film, il felino è sorpreso dalla visione di una bambina bionda che gli chiede disperatamente aiuto. Il micio viene quindi adottato dalla famiglia, nonostante l’opposizione della madre di Amanda, insofferente alla sola vista di un gatto. E perché mai? Perché i gatti sono sporchicertamente portatori di malattie edicerubano il respiro ai bambini. Invece è ben altro che minaccia la vita di sua figlia: un mostriciattolo che ogni notte tenta di soffocarla. Sarà quel micio tigrato il prode salvatore della piccola, sfatando – nel caso ce ne fosse bisogno – l’insulso luogo comune sul respiro dei fanciulli saccheggiato dai felini domestici. Il protagonismo del gatto cresce di episodio in episodio. Nulla di tutto questo traspare dalla prima sequenza in cui, in meno di due minuti, mentre scorrono i credits del film, si assiste ad una vera e propria scena di caccia: cane versus gatto.

Il cane è un San Bernardo, particolarmente sudicio, il muso e il petto sporchi di sangue. Il pensiero corre immediatamente a Cujoprotagonista idrofobo dell’omonimo romanzo di Stephen King e di un film dello stesso Lewis Teague. Il gatto, invece, è un normalissimo europeo. L’uno rincorre l’altro follemente, interpreti perfetti dello stereotipato rapporto cane-gatto, ben radicato nell’immaginario comune: il cane intollerante e inferocito, pronto a macinare le membra feline tra le capaci mandibole; il gatto, la preda, deve raddoppiare passi e balzi per cavarsela, scattare, scivolare fluidamente per le strade, sui muri e dentro i bidoni, guardarsi intorno e ascoltare l’impercettibile, cadere sempre in piedi e sapersi mettere al sicuro ovunque. Non si può che fare il tifo lui e non solo in questa breve scena iniziale. Il gatto infatti diventeràl’elemento conduttore, quel raccordo dell’azione narrativa, che traghetterà lo spettatore da un episodio all’altro: cambieranno le storie, muteranno i nomi, le facce e le città in cui si svolgono, ma il gatto sarà sempre lì: assisterà al destino degli umani intorno a lui e ne farà parte, spesso determinante, diventando quell’eroe “pacifista” che la piccola Amanda adora chiamare Generale.

Agente 007

Ernst Stavro Blofeld è uno dei personaggi chiave in diversi film di James Bond nonché nei romanzi di Ian Fleming. È il cattivo per antonomasia, il re dei criminali contro l’agente segreto londinese più famoso del cinema. Presiede la SPECTRE, un’organizzazione terroristica internazionale molto potente, la cui ombra aleggerà intorno alla figura di 007 fin dal primo film della saga – Agente 007 – Licenza di uccidere (1962). SPECTRE sta per Special Executive for Counter Intelligence Terrorism Revenge and Extorsion, quindi Supremo Progetto Esecutivo per Controspionaggio, Terrorismo, Ritorsioni ed Estorsioni. La sua struttura organizzativa è fortemente gerarchizzata, piramidale, tanto che il capo, chiamato “Numero 1”, è pressoché sconosciuto ai più e solo qualche braccio destro e collaboratore più vicino lo ha visto in volto.

Nei primi film della serie questo personaggio super-cattivo viene sempre rappresentato seduto, di spalle o di fronte, ma senza mai essere inquadrato in viso, mentre in grembo o tra le braccia accarezza un meraviglioso esemplare di gatto persiano dai grandi occhi verdi. Il biancore del felino contrasta bene con il genio del male che lo massaggia senza sosta. Ogni volta che appaiono sullo schermo, Blofeld sembra non farci caso alla presenza del gatto sulle sue ginocchia. È come se quel prezioso felino fosse sempre stato lì e per sempre dovrà starci, lieto delle carezze instancabili del suo padrone. Un gatto di cui anche il nome pare un enigma e si sprecano i dibattiti in merito tra cinefili ed esperti di 007. Sembra quasi un’ossessione per Blofeld: una creatura pura e immacolata dal morbido manto pallido, unica fonte d’affetto, inseparabile e indispensabile, per il Numero 1 dei criminali di tutto il mondo. C’è chi dice che la presenza del micio sia stata una trovata diegetica e strategica, del resto assente nei romanzi di Fleming: volendo avvolgere il cattivo nel più cupo mistero, inquadrandolo mai in volto se non negli ultimi film, si scelse di incorniciarlo solo nelle mani o nel busto ripreso di fronte o di schiena, accomodato su una poltrona di pelle nera. Al quel punto bisognava cercare il modo di caratterizzarlo di più, di rendere più interessante il personaggio, di arricchirne l’immagine dentro e fuori l’inquadratura. Ecco che allora entra in sceneggiatura e in scena il bianco felino, divenuto parte integrante dell’iconografia di Blofeld e dell’immaginario collettivo targato James Bond.

Austin Powers – Il controspione, film del 1997 di Jay Roach, è una parodia di 007 e del genere spionistico in cui non poteva mancare una rappresentazione bizzarra e clownesca di Blofeld e del suo gatto, chiamati rispettivamente, nel doppiaggio italiano, Dottor Male e Signor Bigolo. In Austin Powers però il micio è di razza Sphynx, noto anche come gatto nudo o gatto sfinge, l’esatto opposto del voluminoso e candido persiano  della saga di 007.

Coraline e la porta magica

 

Coraline e la porta magica (2009) è un film d’animazione di Henry Selick, già regista di Nightmare Before Christmas, tratto da un racconto di Neil Gaiman. La protagonista si chiama Coraline Jones, 11 anni, trasferitasi con la famiglia dal Michigan all’Oregon. La loro nuova casa ha 150 anni, è rosa pallido e l’insegna all’ingresso recita “Pink Palace”. La prima sequenza del film vede subito l’ingresso in scena della protagonista ma anche di un altro personaggio fondamentale, specie nella seconda parte del film: un gatto nero, tutto spigoli, grandi occhi blu e un orecchio spuntato, il destro. Coraline lo incontra mentre gioca a far la rabdomante nel fumoso paesaggio circostante la casa. Oltre al gatto, a seguirla c’è un ragazzino chiamato Wybie, nipote della proprietaria del Pink Palace. Poco dopo il loro primo incontro, Wybie le regalerà una bambola di pezza, quasi una copia in miniatura di Coraline, se non fosse per gli occhi: al loro posto la bambola ha un paio di bottoni rotondi e scuri, piatti e inespressivi. Quella bambola e quegli occhi, come si addice ad ogni buon film dell’orrore sconfinante nel fantasy, saranno elementi chiave di tutta la storia di Coraline.

La ragazzina è più matura della sua età anagrafica e se è vero che amerebbe ancora giocare a nascondino, delle bambole di pezza le importa poco. Nondimeno quella bambola è pur sempre qualcosa di simile a un essere umano, con cui può (far finta di) relazionarsi o accompagnarsi. In quell’enorme casa rosa Coraline è completamente sola. I suo amici del Michigan sono lontani e qui conosce solo e a malapena quel Wybie, troppo svitato per i suoi gusti. Infine, ma soprattutto, ci sono (ma non ci sono) i suoi genitori. Stanno lavorando a un catalogo di giardinaggio e hanno “tanto, tanto da fare”, come dicono sempre. “Lasciami lavorare. La pianterai di assillarmi?!”, le dice un giorno la madre. E poi “Perché non cucini mai?”, chiede la piccola alla madre, e lei “Cucina papà, io pulisco, tu stai fuori dai piedi”Questa è l’atmosfera famigliare in cui vive la protagonista. I suoi genitori sono inchiodati in una stanza, a una scrivania, alla tastiera di un computer, a uno schermo appannato. Ognuno di loro è inguaribilmente isolato nel suo mondo(-del-lavoro), tanto da escludere sensibilmente e concretamente tutto il resto. E si vede: a cominciare da Coraline, la prima fra “gli esclusi”, per continuare con la casa, triste, polverosa, non vissuta, e il giardino, incolto, anonimo, semi-abbandonato. Di fatto, i legami famigliari si riducono al minimo indispensabile, spesso in chiave anafettiva e devitalizzata, privi di comprensione e condivisione reciproca, spesso prodotto dell’indifferenza quotidiana. Ciascuno è chiuso nel proprio piccolo egoistico guscioimpermeabile alla vita che li chiama da ogni angolo: il silenzio e i grandi spazi della casa, la desolazione del giardino, i vicini sconosciuti, una figlia.

Coraline non ci sta: è troppo curiosa e intelligente per rimanere inerte di fronte ad una realtà spaesante e alla freddezza cronica dei genitori. La ragazzina ha bisogno di crescere, conoscere e scoprire. Così inizia a far visita ai vicini – personaggi eccentrici e bizzarri – per poi darsi all’esplorazione del Pink Palace. Un modo per avventurarsi in una casa è quello di contarne le porte. Coraline comincia a farlo finché non si imbatte in una porticina segreta, riecheggiante Alice nel Paese delle Meraviglie. Quel varco misterioso la condurrà in un mondo parallelo, catapultandola in una vita speculare alla sua, in una casa identica al Pink Palace ma ravvivata da toni sgargianti, dove incontrerà un’altra-madre e un altro-padre, copia quasi esatta dei suoi genitori. Quasi perché i loro comportamenti sono diametralmente opposti a quelli dei suoi veri genitori. L’altra-madre e l’altro padre sono vivaci, colorati, felici, pieni di attenzioni per la figlia e desiderosi di esaudire tutti i suoi desideri. Sembrano perfetti. Sembrano, poiché in realtà, come la sua bambola di pezza, hanno dei bottoni neri in luogo degli occhi e presto riveleranno un lato oscuro tutt’altro che festoso e rassicurante. Quando Coraline si troverà in pericolo, intrappolata da quel mondo di fantasia e di terrore, sarà il gatto nero a soccorrerla – tra suspense, paure e risate – dimostrandosi un formidabile e prezioso aiutante in puro stile proppiano.


Ognuno cerca il suo gatto

Ognuno cerca il suo gatto (1996) di Cédric Klapisch (il regista de L’appartamento spagnolo) è ambientato a Parigi, quartiere della Bastiglia. Chloé (Garance Clavel) è una giovane truccatrice di moda. Divide un appartamento con Michel (Olivier Py), artista omosessuale che spesso le rammenta “niente ambiguità fra di noi”. Chloé ha un problema da risolvere, e in fretta: parte per una settimana di vacanze e deve affidare il suo gatto Gris-Gris a qualcuno. Non può contare su Michel: lui ha appena rotto con il fidanzato, è preso dal lavoro, di gatti non se ne parla. Chloé sembra davvero preoccupata: è una ragazza piuttosto timida, conosce poca gente e nemmeno al lavoro si trova a suo agio. A chi lasciare il suo gatto? Inizia l’esplorazione del quartiere, alla ricerca di un custode temporaneo per Gris-Gris. Vediamo Chloé uscire di casa con la cesta del gatto e girovagare per le strade della Bastiglia. Uno degli aspetti più interessanti del film sono proprio le riprese all’aperto, girate per strada, al fianco dei protagonisti, a stretto contatto con i passanti, le massaie che fanno la spesa, il traffico e i lavori in corso.

Nel suo bar preferito le consigliano di bussare alla signora Renée, una vecchietta amante degli animali e nota gattara. Ha già sei felini e quindi, come dice lei stessa, “Uno più uno meno” non fa differenza. Ora Gris-Gris è sistemato. Le vacanza di Chloé passano –  lo spettatore non le vede, ma le intuisce riassunte in due sequenze: Chloé per strada, zaino in spalla; Chloé che ritorna. Giunto il momento di riprendersi Gris-Gris, la signora Renée le deve dare una pessima notizia: il suo gatto è scomparso. Dev’essere fuggito sui tetti passando per la finestra della cucina. Lo ha cercato dappertutto ma sembra evaporato nel nulla e nessuno lo ha visto. Chloé non fa scenate ma il suo volto è diventato più pallido del solito. A casa, sotto il piumone, non riesce a trattenere le lacrime. Gris-Gris è il suo affetto più importante, o meglio, l’unica creatura con cui ha una relazione affettiva. La giovane truccatrice è schiva, sola e solitaria. Si chiede perché e lo chiede al suo coinquilino Michel: perché non ha mai nessuno accanto, perché non ha ancora trovato nessuno a cui voler bene e che gliene voglia? Quel gattone nero, un po’ in sovrappeso, con una macchia bianca sul dorso, è molto importante per lei: è l’unica certezza sentimentale della sua vita.

Intanto la signora Renée sparge la voce nel quartiere, consiglia alla ragazza di appendere manifestini con la foto del gatto, l’indirizzo e il numero di telefono. Chiama tutte le sue amiche e conoscenti per mobilitarle alla ricerca di Gris-Gris. Comincia così un incredibile tam-tam di solidarietà in un quartiere, quello della Bastiglia, frastornato dalle ristrutturazioni e dagli sfratti, da una nuova era di attività commerciali, dal processo di integrazione fra parigini ed extracomunitari. Tutto questo mentre sale all’Eliseo Jacques Chirac, il quinto Presidente della quinta Repubblica di Francia. Qualcosa sta cambiando: nel quartiere della Bastiglia, a Parigi, in Francia, nella vita di Chloé. La ricerca del suo gatto diventa una sorta di prova, di rito di passaggio: fisico, attraverso le strade e i marciapiedi di una Parigi più popolare e alla mano degli Champs-Elysées, e psicologico, incontrando gente, facendo esperienza di sé e degli altri, scoprendo l’amore. Quell‘Ognuno cerca il suo gatto può tradursi allora in diverse letture che non riguardano necessariamente o soltanto la protagonista, ma coinvolgono tutti coloro che le stanno attorno, compreso lo spettatore. Film delicato, fresco, dolce come il profumo di una boulangerie, pulito come il viso di Chloé, variopinto come la colonna sonora – da Chopin a Guru ai Portishead –, speciale come la compagnia di personaggi che ne ha popolato la vita.

Ti presento i miei

In Ti presento i Miei, film di Jay Roach del 2000, Ben Stiller interpreta Greg Fotter (nella versione originale “Focker”, simile all’epiteto ingiurioso “fucker”), un giovane infermiere di origine ebrea pronto a chiedere alla fidanzata di sposarlo. Prima però deve ottenere il permesso del padre di lei, Jack Byrnes (Robert De Niro), ufficialmente un esperto di fiori rari ormai in pensione, di fatto un ex agente della CIA in semi-attività. Un week end a casa Byrnes sarà per Greg l’occasione di chiedere a Jack la mano di sua figlia, ma lo 007 in pantofole lo metterà a dura prova, in una ridda scoppiettante di gag, battute ironiche e scene comiche che non smetteranno mai di divertire ad ogni visione/re-visione del film. Uno dei personaggi fondamentali nonché membro coccolatissimo della famiglia Byrnes è Sfigatto (chiamato “Mr Jinx” nella sceneggiatura originale), uno splendido gatto di razza himalayana. Sfigatto è un felino molto particolare: il suo padrone Jack gli ha insegnato in una settimana a saltare in braccio a comando e in quella successiva a fare “ciao” con la zampetta, ma il fiore all’occhiello del suo addestramento lo ha raggiunto educandolo all’uso del WC al posto della classica cassettina. La scena di Greg che entra in bagno e ci trova il gatto seduto sulla tavoletta è memorabile, soprattutto quando il giovane, prima di richiudere la porta, gli “chiede scusa” per il disturbo. Tuttavia, Greg non è un amante dei gatti e questo dettaglio ben presto emergerà durante la sua visita a casa Byrnes. Jack ne rimane decisamente contrariato e quando resta da solo in macchina con Greg, gliene chiede conto:

Jack Byrnes: Come mai non ti piacciono i gatti?
Greg Focker: Non è… che non mi piacciono… è che… preferisco i cani, sono più un tipo… da cane… ecco…
Jack: Già.
Greg: … quando torni, agitano la coda… felici di vederti… ecco…
Jack: Hai bisogno di quella sicurezza, preferisci gli animali superficiali.
Greg: Io…
Jack: Vedi Greg, quando sgridi un cane la coda gli va fra le gambe, gli copre i genitali, le orecchie si abbassano. Un cane è facile da ammaestrare, ma i gatti ti fanno sudare il loro affetto, non si svendono come fanno i cani.
Greg: Ah.

Nella seconda parte del film, Greg riuscirà, suo malgrado, a far scappare Sfigatto e per non deludere ancora una volta la famiglia Byrnes andrà a cercarlo, purtroppo invano. A questo punto decide di portare a casa, se non Sfigatto, almeno un suo sosia pescato in un gattile. L’unica differenza fra i due mici sta nella coda: quella del “nuovo” felino ha la punta bianca, finché Greg non la tinge di nascosto con della vernice bruna. Ed ecco a voi la copia perfetta di Sfigatto. Invece no: l’imitazione di Sfigatto non è certo all’altezza dell’originale, specie se quello era docile e ben addestrato e questo è un vero selvaggio ciclonico. Mr Byrnes scoprirà l’ennesimo inganno, seppur in buona fede, del povero Greg e il matrimonio fra il giovane infermiere e la figlia sarà sempre più improbabile. Ma non è detta l’ultima parola. Commedia dai toni esilaranti, Ti presento i miei non smetterà di stupire fino alla fine – preludendo già al sequel Mi presenti i tuoi? -, in un bell’andirivieni di ritmi comici e romantici. Ottime le interpretazioni e l’intesa artistica della coppia Stiller-De Niro. Ma anche Sfigatto, elegantemente guitto, è già un’icona del cinema.