The Future

All’ultimo Festival del cinema di Berlino Miranda July, artista poliedrica (performer, film maker, attrice, scrittrice), ha portato in concorso The Future, di cui è regista ma anche interprete protagonista. Insieme a Hamish Linklater forma una coppia di trentenni dai capelli arruffati, fisico scarno e sbiadito, grandi occhi scuri o blu, gesti consuetudinari e qualche domanda. Lui si chiama Jason, telelavora perennemente via internet, ramo assistenza clienti. Lei è Sophie, insegna danza a bambine di non più di quattro-cinque anni. Annoiati. Un monolocale alla rinfusa ingabbia metafisicamente le loro frustrazioni quotidiane, quei lavori che non li soddisfano, il non-senso di giornate fotocopia stampate ogni mese sulle pagine di un calendario. A un certo punto Sophie se ne esce con un “Penso che siamo pronti”. Pronti a cosa? A cambiare lavoro, città, casa, avere un figlio? No, ad adottare un gatto. Sophie e Jason hanno deciso di ospitare un gatto che chiameranno Paw Paw (tradotto: Zampa Zampa). Per ora il micio è in clinica perché non gli resta molto da vivere: soffre di una grave insufficienza renale e ha una zampetta ingessata. Ci vorrà ancora un mese prima che la coppia possa accoglierlo. Da quel momento però dovranno occuparsene completamente, essergli vicino e averne cura con amore e dedizione: solo così il gatto riuscirà a sopravvivere, forse, per altri cinque anni. O meglio, cinque anni al massimo  è la diagnosi del veterinario.

Ciò significa per Jason e Sophie che il futuro prossimo a loro disposizione è già impegnato dall’arrivo del gatto ma anche dalla loro maturità anagrafica, che erode un compleanno dopo l’altro i margini delle loro ambizioni, personali e di coppia. Sta per scadere il loro tempo massimo se desiderano ancora fare realmente ciò che hanno sempre desiderato. E in tutto questo l’arrivo di Paw Paw rappresenta una forma di ultimatum vivente. Rimane loro ancora un mese prima di portare a casa il felino. E allora: viva la vida, ora o mai più. Dove quell’ora significa trenta giorni trenta per provare a inseguire un sogno e avverarlo. Jason, disconnesso il pc, decide di dedicarsi a una causa ambientalista. Sophie lascia la scuola di danza e prova a filmarsi ogni giorno per pubblicare le sue coreografie su You Tube. Eppure, più il tempo passa, più i sogni, le convinzioni, l’idea di se stessi come individui e come coppia, l’immagine del mondo che si erano costruita e che avrebbero voluto si dissolvono in un bagno amaro di consapevolezza, rassegnazione, percezione dei propri limiti e di quelli dei propri sogni (li volevano realizzare davvero?). Il tempo è un elemento centrale del/nel film (che non a caso s’intitola The Future). Lo è in maniera sorprendente, esponenziale, surrealistica e disperatamente poetica.

Il passato, il presente eil futuro sono intrecciati da sospensioni narrative rivelatrici – della psicologia dei protagonisti, delle loro crisi identitarie, dei loro sogni-bisogni e dei risultati delle loro scelte. Il senso del tempo per se stessi, in cui esprimersi totalmente e liberamente, in cui confrontarsi senza salvagenti di sorta – così come il senso del tempo condiviso, in coppia o nella società – trascendono più di tutti dalla voce e nelle parole di Paw Paw. Che non è uno dei tanti e immaginabili gatti parlanti di cui è saturo il cinema di ogni genere. No, la sua è una voce dello spirito, flebile ma rugosa (quella della stessa regista nella versione originale del film), che racconta, tra un’esperienza e l’altra di Sophie e Jason, quello che è stato il suo, di passato – solitudine, randagismo, eterno presente –, e quello che spera invece sia il suo futuro: casa, famiglia, una vita più serena. Il presente per Paw Paw non è altro che un’attesa paziente e fiduciosa nel e del futuro, di una vita che finalmente può permettersi di aspettare e che verrà a prenderlo, prima o poi. È proprio in questi momenti, quelli in cui l’inquadratura aderisce in primissimo piano alle eloquenti zampette del gatto, che si apre un canale di dialogo più profondo e diretto fra lo spettatore e il racconto filmico, prima percepito con tenerezza, poi inteso sempre più seriamente dentro di sé, fra slanci onirici e freni contemplativi.

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Pubblicato il 30 dicembre 2011, in Cinema con tag , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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