L’occhio del gatto

L’occhio del gatto (1985) è un fanta-horror a episodi scritto da Stephen King e diretto da Lewis TeaguePrimo racconto, New York City. Il signor Morrison (James Woods) vuole smettere di fumare. Lo vuole per il bene e la salute di sua moglie e di sua figlia. Si rivolge così ad uno di quei centri specializzati per fumatori accaniti, dove il simbolo di una sigaretta barrata giganteggia in ogni angolo e parete. La terapia a cui dovrà sottoporsi è piuttosto sconcertante ma – dicono – “efficace”. Si basa su una sorta di ricatto o deterrente, dipende dai punti di vista: il paziente sarà sorvegliato ogni istante della sua vita, come in un Grande Fratello a fini curativi, e se verrà sorpreso a fumare saranno i suoi famigliari a pagarne le conseguenze, fisiche e psicologiche (torture, amputazioni). Il secondo episodio si svolge ad Atlantic City (New Jersey), dove un certo Cressner (Kenneth McMillan), facoltoso scommettitore incallito, lancia una sfida perfino al giovane amante di sua moglie (Robert Hays): il ragazzo dovrà percorrere indenne il cornicione esterno di un palazzo, quello in cui abita Cressner, e in premio riceverà la donna amata, denaro a volontà ed eviterà una denuncia alla polizia per possesso di droga, di cui il vecchio Cressner ha imbottito la sua auto.

Il terzo episodio è ambientato a Wilmington (Carolina del Nord), in una casetta in mezzo al verde in cui vivono una giovane coppia con la figlioletta Amanda (Drew Barrymore). Il gatto che lo spettatore ha conosciuto sin dall’inizio del film e che partecipa ad ogni episodio sembra arrivare in questa casa per compiere una missione. In effetti, durante il film, il felino è sorpreso dalla visione di una bambina bionda che gli chiede disperatamente aiuto. Il micio viene quindi adottato dalla famiglia, nonostante l’opposizione della madre di Amanda, insofferente alla sola vista di un gatto. E perché mai? Perché i gatti sono sporchicertamente portatori di malattie edicerubano il respiro ai bambini. Invece è ben altro che minaccia la vita di sua figlia: un mostriciattolo che ogni notte tenta di soffocarla. Sarà quel micio tigrato il prode salvatore della piccola, sfatando – nel caso ce ne fosse bisogno – l’insulso luogo comune sul respiro dei fanciulli saccheggiato dai felini domestici. Il protagonismo del gatto cresce di episodio in episodio. Nulla di tutto questo traspare dalla prima sequenza in cui, in meno di due minuti, mentre scorrono i credits del film, si assiste ad una vera e propria scena di caccia: cane versus gatto.

Il cane è un San Bernardo, particolarmente sudicio, il muso e il petto sporchi di sangue. Il pensiero corre immediatamente a Cujoprotagonista idrofobo dell’omonimo romanzo di Stephen King e di un film dello stesso Lewis Teague. Il gatto, invece, è un normalissimo europeo. L’uno rincorre l’altro follemente, interpreti perfetti dello stereotipato rapporto cane-gatto, ben radicato nell’immaginario comune: il cane intollerante e inferocito, pronto a macinare le membra feline tra le capaci mandibole; il gatto, la preda, deve raddoppiare passi e balzi per cavarsela, scattare, scivolare fluidamente per le strade, sui muri e dentro i bidoni, guardarsi intorno e ascoltare l’impercettibile, cadere sempre in piedi e sapersi mettere al sicuro ovunque. Non si può che fare il tifo lui e non solo in questa breve scena iniziale. Il gatto infatti diventeràl’elemento conduttore, quel raccordo dell’azione narrativa, che traghetterà lo spettatore da un episodio all’altro: cambieranno le storie, muteranno i nomi, le facce e le città in cui si svolgono, ma il gatto sarà sempre lì: assisterà al destino degli umani intorno a lui e ne farà parte, spesso determinante, diventando quell’eroe “pacifista” che la piccola Amanda adora chiamare Generale.

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Pubblicato il 16 dicembre 2011, in Cinema con tag , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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