Boccaccio ’70

Il terzo Atto di Boccaccio ’70 (1962), film a episodi di Monicelli, Fellini, Visconti e De Sica, s’intitola Il lavoro. Firmato dal regista del Gattopardo, s’ispira alla novella Au bord du lit di Guy De Maupassant.

Protagonisti sono Pupe (Romy Schneider) e Ottavio (Tomas Milian), coppia benestante: lei contessa di origini svizzere, lui conte dell’alta borghesia milanese. Abitano in un appartamento lussuosissimo, quasi in stile regale come quello della già principessa Sissi. Ori, arazzi, pareti altissime e sontuose, salotti pomposi e camerieri in livrea blu elettrico. Quella mattina la sala degli ospiti è un viavai di signori in abito scuro e quotidiani spalancati tra le mani. Sono lì a difendere l’immagine del conte Ottavio, sorpreso la sera avanti a folleggiare con delle squillo d’alto bordo. Uno scandalo assicurato, come dimostrano quei giornali pronti a marinare nel pepe e nel peccato. Tuttavia Pupe reagisce bene: nessuna scenata, si mostra superiore e sicura. Ottavio tenta di spiegarle l’accaduto: è stata tutta una montatura della stampa… sono solo sciocchezze… tanto rumore per una rimpatriata tra amici nei luoghi cari della gioventù. Pupe continua a non drammatizzare.

Anzi, coglie l’occasione per mettere il maritino di fronte a un bivio: divorziare oppure accettare l’idea che la moglie inizi a lavorare. In fondo, si sono sposati solo per “ragioni di prestigio”, a nozze erano andati “i loro patrimoni”, “il matrimonio vero è tra Ottavio e papà”, come dice Pupe. Cioè tra il marito e i conti nelle banche svizzere custoditi dal padre della contessa. Insomma, Il lavoro è una piccola, amara storia di decadenza coniugale e sociale, fra depositi bancari e cuori solitari per contratto, in cui le parti sono di fatto e da sempre separate, poichè mai sentimentalmente unite. Ottavio è tutto preso dalle poltrone in cui afflosciarsi e imbronciarsi, con quella sua sigaretta sempre accesa al lato della bocca, fra il dito indice e il medio. Pupe si aggira per le sue stanze da museo sorridente e ridanciana, con un’aria vincente e di sfida, sottilmente vendicatica. Nel pieno di questa crisi matrimonial-patrimoniale, dei gattini di razza persiana si aggirano per la casa. Sono i gatti di Pupe. Ce ne sono di bianchi, blu, lilac, neri: una cucciolata di felini che scivolano dalle mani di Ottavio, a quelle dei camerieri, alle spalle di Pupe. La contessa è sul punto di lasciare il marito e se dovesse farlo e andarsene, si porterebbe via i suoi cuccioli. Ordina di prepararli, nutrirli e sistemarli nelle ceste, pronti per partire se necessario.

Questi nobili felini letteralmente strapazzati da così tante braccia e mani assomigliano a dei pupazzi antistress, bellissimi e preziosi, oppure a dei peluche viventi ma da arredamento, da cornice, come i gatti chiamati – guarda caso – Matisse e Manet, elementi scenografici di una stanza e di una vita, quella di Pupe. Quei batuffoli di razza non sembrano così diversi dai gioielli e dagli abiti della contessa, dai soprammobili antiquariali, dalle sculture in marmo o dai tavolini cesellati, dagli argenti delle stoviglie o dai letti di seta. Una casa piena di gatti e di cose: tutti preziosi, certamente, tutto di alto valore artistico e pecuniario. Tutto apparentemente nobile e impeccabile, convenzionalmente indiscutibile. Poi però si scoprono un marito conte che per noia va a caccia di squillo e una moglie contessa che per noia vorrebbe (davvero? O è l’ignoto che attrae?) “un lavoro concreto”, “diventare una donna banale”, avere “tante preoccupazioni”. Una noia angosciosa, che più la riempi di denaro, gatti e gingilli, più si calcifica all’esistenza. Cosa manca a questa noia, a questa vita di Pupe e Ottavio, che i conti in Svizzera e i gatti persiani, da soli o messi insieme, non possono dare? Forse Pupe una soluzione ce l’ha: diventare la squillo del marito. Per riderci sopra, intanto, ma con le lacrime agli occhi.

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Pubblicato il 11 novembre 2011, in Cinema con tag , , , , , , , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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