Il gatto a nove code

Carlo Giordani è un giovane reporter, sveglio e con la stoffa dell’inchiestista. Anche Franco Arnò è un giornalista, ma in pensionecieco e con una nipote orfana di otto anni, Lory. Una sera, sulla strada di casa, zio e nipotina ascoltano casualmente un’inquietante conversazione tra due uomini, chiusi in un’auto, a pochi passi da un Istituto di ricerca genetica. Proprio quella notte nell’Istituto ci sarà un tentativo di furto e una guardia sarà uccisa. Giordani comincia ad occuparsi del caso, ma anche il vecchio Arnò non smette di pensarci. Le loro strade si incroceranno, mentre il mistero dell’Istituto, e degli omicidi che gli ruotano attorno, si infittisce un minuto dopo l’altro… In questo thriller del 1971, il secondo della Trilogia degli animali di Dario Argento (insieme all’Uccello dalle piume di cristallo e alle Quattro mosche di velluto grigio), il gatto dalle nove code del titolo è una metafora e una similitudine, a seconda dei punti di vista dei protagonisti:

Carlo Giordani: «Riassumendo, le tracce sono queste: i cinque ricercatori più Anna fanno sei, Bianca Merusi fanno sette, le fotografie sparite… otto, il tentato furto all’Istituto… nove. Ti viene in mente altro?».
Franco Arnò: «No, nient’altro».
Giordani: «E allora sono tutte, nove vie da seguire… un gatto a nove code».
Arnò: «Un gatto a nove code, come la frusta della marina… Se noi riuscissimo ad afferrare una sola di queste code, avremmo la soluzione dell’enigma».

L’intrigo insanguinato tra oscuri omicidi e una strana ricerca scientifica intorno a certe combinazioni genetiche dà vita a nove possibili piste investigative, intrecciate a tal punto che basterebbe svelarne una per scoprire chi è l’assassino. L’immagine del gatto a nove code rende l’idea di una strana creatura che sfugge senza lasciare né traccia né ombra, rapido e silenzioso come un felino. In effetti, l’assassino del film non lo si vede in faccia fino alla drammatica sequenza finale. Di lui si conosce soltanto un occhio spalancato, in primissimo piano, a precedere ogni azione delittuosa che compie. Poi si percepisce il suo sguardo, in una soggettiva con cui lo spettatore osserva la realtà insieme a lui, e insieme a lui si ritrova a spiare le vittime e a vederle uccidere, fino al loro ultimo respiro. Eppure basterebbe afferrare una di quelle famigerate nove code o tracce sfuggenti per non lasciarselo più scappare.

Come nota l’ex giornalista cieco Franco Arnò, interpretato da Karl Malden ed esperto enigmista, “gatto a nove code” suggerisce anche altro: si tratta del nome di una frusta usata nella marina reale britannica contro i marinai indisciplinati e i delinquenti. In realtà, quello strumento di tortura è di origini antichissime, impiegato già in età romana nella fustigazione: il manico della frusta si sfrangiava in nove fasce di cuoio, culminanti con sfere di metallo, ossa di animali, chiodi o uncini. La rappresentazione simbolica dell’assassino in un gatto a nove code si apre così a molteplici interpretazioni. Soffermandosi su quelle pertinenti il felino, l’istinto animale lo si ritrova nell’omicida, la cui violenza è impulsiva, bestiale, incontrollabile quanto sovrumana; un gatto a nove code sarebbe un’eccezione genetica, così come lo è il DNA del killer, portato geneticamente ad uccidere; infine, secoli di superstizione e credenze popolari hanno avvolto l’immagine del gatto nel diabolico, nel mistero macabro, nell’occulto e nella magia nera, in quel limbo di inspiegabile e sinistro che abbraccia la figura imprevedibile del sicario del film.

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Pubblicato il 30 settembre 2011, in Arte, Cinema con tag , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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