Colazione da Tiffany

Io e il mio gatto siamo dei randagi senza nome, che non appartengono a nessuno e a cui nessuno appartiene. Ecco qual è la verità! – Holly Golightly – Colazione da Tiffany (1961)

Il suo vero nome è Lula Mae Barnes. Fuggita di casa con il fratello Fred, sposa a 14 anni di un vedovo di nome Doc e matrigna di quattro figli. Ragazza selvaggia, Lula Mae Barnes. Eppure è lei la chiccosa Holly Golightly del romanzo Breakfast at Tiffany’s di Truman Capote, immortalata dall’indimenticabile figura di Audrey Hepburn nel film di Blake EdwardsHolly Golightly è Lula Mae Barnes, e viceversa. Ha due nomi, due vite: una al passato, nelle vesti della ragazza ribelle “Lula Mae”, e una al presente, al suono insaponato di Holly Golightly, ragazza elegantemente facile da 50 dollari “a toeletta”, ambiziosa di maritarsi con un uomo qualsiasi purché ricco sfondato e possibilmente sotto i cinquanta. Ha cambiato nome, vita, abiti e contesto Holly, ma è sempre un tipino fuori dal comune, persino affusolata nella perfezione indiscutibile di un tubino nero.

Una matta autentica”, dice di lei un vecchio amico. Randagia, fuggitiva, “senza nome”, dice Holly di se stessa e del suo rosso felino chiamato “Gatto – presenza importante, e per certi aspetti chiave, del film. “Povero amore senza nome” dice Holly di Gatto il gatto “Ma io penso che non ho il diritto di dargli un nome, perché in fondo noi due non ci apparteniamo, è stato un incontro casuale. E poi non voglio possedere niente finché non avrò trovato un posto che mi vada a genio”. Una ragazza con due nomi che si mescolano drammaticamente nella sua personalità e un gatto che ha chiamato Gatto e che non ha altro barlume di riconoscimento se non nell’etichetta della sua specie. Holly e Gatto sono davvero due creature indipendenti l’una dall’altra, che convivono ma non “si appartengono” e che si incontrano solo all’orario dei pasti? Holly rifiuta l’idea stessa di battezzare quel gatto. Teme di stabilire un rapporto di possesso o di proprietà con lui, e non intende sacrificare le sue idee di “libertà” e “indipendenza” sull’altare di un dispotico diritto di proprietà.

Forse, però, la verità è un’altra. Forse per Holly nominare quel micio significherebbe affrontare un coinvolgimento più diretto, più profondo di se stessa con il mondo: una presa dicoscienza e di responsabilità, specialmente affettiva, che Holly preferisce evitare, limitare al minimo indispensabile, un po’ come le accade nelle sue relazioni personali e sociali. Non vuole rischiare, Holly. Lo farebbe solo se trovasse un posto dove vivere che le andasse a genio, magari un posto come Tiffany. Ma Holly sa benissimo che Tiffany è Tiffany, un microcosmo inimitabile nel gusto e nell’atmosfera. Una sorta di paradiso per i (suoi) sensi, che probabilmente non troverebbero mai, in un qualunque altrove possibile e immaginabile, le coordinate perfette della gioielleria newyorkese. Sarà l’amico Paul Varjak a farle cambiare idea. Non su Tiffany, probabilmente, ma sul gatto e su se stessa, questo sì.

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Pubblicato il 23 settembre 2011, in Arte, Cinema con tag , , . Aggiungi il permalink ai segnalibri. Lascia un commento.

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